La mia canzone d’infanzia
Ci sono canzoni che ascolti.
E poi ci sono canzoni che, senza accorgertene, diventano un posto della tua memoria.
“Che sarà” per me è uno di quei posti.
Quando ero piccola, mia nonna aveva un'abitudine che oggi mi sembra di una bellezza quasi disarmante.
Alle cinque del pomeriggio metteva questa canzone.
E ballava in salone.
Quando poteva, la ballava con mio nonno.
Non c'era bisogno di un'occasione particolare.
Non c'era niente da celebrare.
Erano semplicemente le cinque del pomeriggio.
E forse è proprio questo che rende quel ricordo così prezioso per me.
Ho ancora nella testa quell'immagine: mia nonna, il salone, la musica, mio nonno.
E un modo di stare al mondo che oggi mi sembra lontanissimo.
Si pensava al futuro in maniera diversa.
Forse con meno controllo.
Meno bisogno di sapere esattamente cosa sarebbe successo.
Meno ansia di programmare ogni centimetro della propria esistenza.
Che sarà.
Tre parole che oggi sembrano quasi rivoluzionarie.
Non significano arrendersi alla vita.
Significano anche concedersi, qualche volta, il lusso di non sapere.
Di fare la propria parte e poi lasciare uno spazio all'imprevisto.
Alla sorpresa.
Alla vita.
Ancora oggi mi capita di canticchiare questa canzone per casa.
E ho notato una cosa.
Non la canto quando sono preoccupata.
Non la canto quando sto pensando al lavoro o quando sto cercando di risolvere qualcosa.
Mi viene spontaneamente quando sto bene.
Quando mi sento allineata.
Quando sono profondamente nella gioia.
Quando, oserei dire, sono innamorata della vita.
Ed è curioso che una canzone ascoltata da bambina sia diventata, senza che nessuno lo decidesse, una specie di piccolo termometro della mia felicità.
Quando torna lei, probabilmente sono tornata anch'io.
Per questo volevo lasciartela qui.
Non per insegnarti qualcosa.
Non perché dietro debba esserci necessariamente una lezione.
Ma perché in questa app voglio lasciare anche qualche pezzo di me che non ha bisogno di essere trasformato in business, metodo o strategia.
Solo un ricordo.
Una nonna che alle cinque del pomeriggio decideva che era il momento di mettere la musica.
Un nonno con cui ballare.
Una bambina che guardava.
E una donna che, molti anni dopo, ogni tanto si ritrova ancora a canticchiare:
che sarà.
Ascoltala.
E magari, per qualche minuto, ricordati anche tu di quando il futuro non doveva essere necessariamente previsto, controllato o ottimizzato.
Poteva essere semplicemente vissuto.
Che sarà, sarà.